Cercasi casa per manoscritto, astenersi perditempo.


Cronaca di una pazienza a tempo determinato.

E del perchè non disturberò più gli editori, gli agenti letterari e neppure me.


A un certo punto alcun* lettor* affezionat* mi hanno messo una pulce nell’orecchio.
“Dovresti proprio pubblicare con un editore serio. Te lo meriti”.

A parte che non so dire chi si merita chi, ho (ri)preso in considerazione questa possibilità.
Dopo diverse pubblicazioni autonome e qualche comparsata in antologie di autori vari e persino con editore, mi sono data questa chance.

Ma sì, mi sono detta, facciamolo questo salto. Che fosse anche di qualità non era poi così scontato. Comunque.

Più per rispetto verso chi mi legge che per me, ho fatto scouting.

Ehm, sì, io. Di case editrici e agenti.


Non più di una dozzina di nomi selezionati, tra quelli che mi sembravano dignitosi e interessanti, che mi risuonavano, in cui ho colto affinità con quello che scrivo, così come l’ho sentita io nelle loro parole. Anche nei titoli dei loro cataloghi.
Sì, ho anche acquistato e letto i loro libri, facendo scoperte interessanti, come è giusto che sia.

A manoscritto più volte revisionato, mi sono data circa 9 mesi (ma direi che tra poco sarà un anno).
Perché questo in media è il tempo necessario per un editore sano medio solo per aprire il file del manoscritto.
E per non inviare contratti da firmare in cui chi paga è l’autore.

Beh, com’è andata?

“A causa della mole di manoscritti ricevuti, si invierà una risposta non prima di 6-8 mesi, solo in caso d’interesse”.

“Riceviamo manoscritti solo in X periodi l’anno. Le opere inviate al di fuori di queste finestre temporali saranno automaticamente scartate”.

“Crediamo nelle voci emergenti. Se hai meno di 35 anni, contattaci”.

“Spiegaci perchè ci hai scelto, perchè dovremmo sceglierti, quali titoli pubblicati dalla nostra CE hai letto e in quale nostra collana ritieni possa rientrare la tua opera”.

Continuo? Ok, te la sei cercata.
“Inviare con sinossi completa, un estratto di tot pagine, biografia e una lettera motivazionale in cui ci spieghi perché e percome ci hai scelto e ti interroghiamo sulle nostre collane”.

“Inviare solo una breve sinossi e l’incipit”.

“La ricezione di manoscritti è sospesa”. Nessuno spiraglio.

“Rivolgetevi all’agente XXXX.”

E allora, via di scouting pure di agenzie letterarie.

Non si dica che non ci ho provato, eh?

Ne ho selezionate alcune. Alla terza ho desistito.

Come mai?
L’agente XXXX, in sintesi:

“Per una lettura e scheda editoriale versa 350 euro + iva. N.B.: non ti garantiamo la pubblicazione, ma se vuoi puoi iscriverti al corso “come pubblicare” a soli 2000 euro. Iva esclusa”.

Ottimo. Passo.

Per dovere di cronaca, vorrei anche menzionare gli editori che 2/3 volte l’anno indicono il concorso con tassa d’iscrizione.

Naturalmente si definiscono orgogliosamente NO EAP (EAP, acronimo di Editoria A Pagamento, il NO credo che non abbia bisogno di presentazioni).

Eppure, dovrebbero saperlo anche loro: ormai ci sono i social, i sodalizi tra chi scrive, chi fa l’editor, chi riesce a pubblicare con il micro o medio editore. E ci sono anche le lodevoli liste di CE in continuo aggiornamento da parte di volenterosi collettivi come ULTIMA PAGINA che si nutrono di recensioni, esperienze (e sventure) di chi ci ha provato.

Una comunità sgangherata, ma tenace e in cui lo scambio di esperienze è davvero vitale e vivissimo.

Più o meno tra le righe, arrivano le confessioni di esperienze miserande.

Promozioni promesse e mai mantenute.

Royalties e interventi di editing non pagati o pagati dopo diversi anni.
Ah, la NON distribuzione.
E le copie per le presentazioni pagate dall’autore a prezzo vantaggioso (Spoiler: non lo è).

E le visite in libreria dell’autore che ha lasciato qualche copia, tipo 007 per confrontare le copie vendute dichiarate dall’editore con quelle vendute dal libraio.

E i contratti che avvantaggiano solo l’editore e vincolano l’autore per anni.
E le percentuali di royalties che, se pagate, sono decisamente al di sotto della mancetta che do a mio figlio. E non sono così generosa, almeno secondo mio figlio.
E… basterebbe questo per desistere.

Ma sono masochista, chiaramente.

Nonostante questi deterrenti, ci ho provato di nuovo: ho inviato mail, estratto pagine, scritto sinossi difficili per un libro di racconti (piccolo spoiler per palati raffinati), motivato l’immotivabile.

Ho accuratamente dribblato le CE a pagamento, un palcoscenico immorale costruito sulla buona fede, un po’ di vanità e soprattutto il denaro di chi scrive.

Mi sono iscritta a concorsi di case editrici e non, ho pagato le quote richieste. Talune davvero esose. Vedi il Premio Calvino. Ma mica uno si iscrive per vincere, no? Per carità. Però il tempo passa.

I mesi sono scaduti. Le attese sono state pazientemente rispettate, tanto da dimenticarmi pure di aver fatto i compitini, e persino a chi o dove ho inviato il frutto di ore di lavoro, non parlo solo del libro ma del confezionamento ad hoc per ciascun editore.

E quindi?

Nessuna risposta. Nessunissima.

Neppure “fai schifo”.

Ora, qualcuno dirà che se l’editore non nota, l’opera non vale.
E lo capirei, se le case editrici non fossero così intasate e affaticate.
Lo stress e il burnout colpiscono proprio tutti. Immagino che quella “mole” di manoscritti sia al di sopra delle possibilità di qualsiasi volenteroso e curioso lettore.

Ma, un momento: la lettura dei manoscritti, o almeno degli incipit, o delle sinossi, brevi, lunghe, senza o con finale, del pitch, o delle lettere di accompagnamento, non dovrebbe essere parte integrante dell’attività di chi lavora in una casa editrice? C’è davvero questa incolmabile discrepanza numerica tra gli aspiranti pubblicati e chi dovrebbe scremare?

Mi viene un dubbio: per l’aria che tira, per i prezzi di copertina sempre più scoraggianti, libri che non vendono, lettori che non leggono, troppi titoli pubblicati, il prezzo della carta che aumenta, e non ultimo, pare che ci sia più gente che scrive di quella che legge… ecco, forse chi lavora nelle case editrici non può ragionevolmente permettersi quest’unica attività. Non ci campa.

Non si spiega altrimenti la mancanza di risposte, se non come una oggettiva mancanza di tempo, quindi difficoltà di svolgere uno dei compiti principali di una CE, cioè leggere e magari scrivere due righe di risposta.

Due. Non un trattato.

Ma forse è solo maleducazione e sto ricamandoci sopra, giusto per dare un senso alle mie frustrazioni.

Per i più arditi arrivati fin qui, credo siano doverose alcune considerazioni sull’editoria nel 2025.

Quando sento parlare di crisi del settore, di numeri al ribasso, di conti delle vendite che non tornano penso che sia impossibile per chi pensa in modo tradizionale venirne a capo. Perché forse, nell’editoria accade un po’ quello che vediamo nella scuola, monolite inattaccabile dal progresso e autoimplodente. E lo ravvisiamo un po’ ovunque, in particolare dove si dovrebbe creare cultura, pensiero critico, ricerca. Chiaramente questo non è solo responsabilità del singolo editore. Non mi addentro qui sull’oligopolio sfacciato dei big M, R, B, F…. Magari in un altro articolo.

Torniamo alla crisi, scusate.

Ci si interroga (ottima questa analisi dello scrittore Giulio Mozzi ), si consultano i dati dell’AIE (Associazione Italiana Editori) tipo gli aruspici con le viscere. In sintesi si vendono meno libri sui canali tradizionali. E si cerca di dare un senso a una greyzone di cifre in controtendenza, un’ammucchiata di Amazon, Youcanprint o altri.

Qui però c’è un errore di analisi. Amazon, Youcanprint, Streetlib e altri NON SONO EDITORI. Nè, a differenza di altri, fingono.

Del self publishing si fa di tutta l’erba un fascio, senza coglierne alcuni aspetti peculiari. Ora sciorinerò un elenco, grazie della pazienza.

1 Ogni libro trova il suo pubblico. E viceversa.

Vale per l’editoria tradizionale, ma a maggior ragione accade nell’autopubblicazione. Un po’ come se ciascun autore fosse un editore singolo, magari specializzato in fantasy, romance, saggistica, youg adult…. O in narrativa con tutti i sottogeneri possibili. Questo è un dato importantissimo. Ora spieghiamo meglio, al punto 2.

2 Editori, di fatto, lo sono anche gli autori indipendenti.

Ovviamente è impossibile tracciarne le vendite a uno a uno. Per questo qualcuno definisce il settore “opaco”. Questa parola dissimula un po’ di rosicamento, altrimenti se ne sarebbe usata una più neutra, tipo libero. O non misurabile. Del resto si possono fare i conti con i best seller delle case editrici, le classifiche le vediamo tutti.

E però confrontando i dati di vendita di etichette minori davvero fa specie pensare ai numeri che un self può fare (e fa) nel suo piccolissimo. Parlo da un punto di vista modestissimo, di autrice che non fa numeri giganteschi ma insomma, siamo più verso le migliaia che centinaia, ecco.

Questi numeri non sono segreti, solo che bisognerebbe chiederli a uno a uno.

Cosa significa?

Che un autore self, da un punto di vista puramente commerciale può essere considerato a tutti gli effetti il cosiddetto competitor di una piccola casa editrice. Se è bravo investe, per offrire un prodotto-libro di qualità. Massima cura dell’opera in ogni aspetto. E ha meno margini di errore, non gli si perdona. Se poi si pensa che un autore da solo può pubblicare più titoli e collane, si può cominciare a comprendere meglio questa eresia. E magari prendere appunti.

3 Amazon in particolare ma anche altri (un po’ meno), ha un modus operandi che per chi vive e lavora in Italia pare fantascienza.


Qualcuno doveva dirlo, pare inelegante e offensivo. Ma la verità è che tu vendi i libri, controlli i numeri su una dashboard, le royalties sono calcolate al centesimo. Anche quelle di lettura dei libri in prestito. E una buona percentuale di quelle royalties vanno all’autore. Senza il quale non ci sarebbe il libro, opsss. E Amazon paga, regolarmente a 60 giorni. Che siano 2 o 2000 euro. Ripeto: paga.

Qualcuno dirà che chi si arricchisce davvero è il distributore. Questo è verissimo, ma non tanto per Amazon o altri, che ovviamente fanno il loro business, ma non stritolano il singolo autore.

Piuttosto, consideriamo l’impatto che ha in Italia la distribuzione classica nelle librerie da parte praticamente di un unico player, anche se cambia nome: circa il 60% del prezzo di copertina di un libro.

Ora, cosa resta all’editore, a tutti i professionisti della filiera editoriale, e non ultimo all’autore? E al libraio? Briciole.

Se poi si pensa che tale modello di distribuzione privilegia le CE grandi e grandissime, talvolta medie, attraverso le librerie di catena, quale visibilità e crescita per le piccole? E, infine, quale dignità per i titoli? Non è colpa del selfpublishing se ha un modello più aperto, o no?

4 Ci sono libri che non vendono neppure una copia. Spoiler: quasi mai sono autoedizioni.

Nelle liste dei candidati allo Strega ci sono titoli con appena 200 copie vendute, anche se distribuite in libreria. Niente di male. L’arte è arte. Specifico che ai premi italiani più prestigiosi sono presenti solo libri pubblicati da editori. Quindi imprenditori, oltre che promotori culturali più o meno mainstream.

Tutto questo fa riflettere. Soprattutto se confrontato con uno scenario parallelo, quello dell’autopubblicazione. Perché le 200 copie possono accontentare l’autore, ma spesso e volentieri se ne vendono molte di più.

Chi si autopubblica spesso costruisce un buon seguito dal vivo e sui social, un dialogo diretto e autentico con chi legge, senza intermediari. Si crea un patto di fiducia, ci si prende cura della relazione. Se si propone un’opera di qualità, si esce dalla cerchia di “quelli che ti conoscono”, perché è vero, valgono pur sempre il passaparola e la reputazione. Si risponde dei propri errori e dei propri meriti. Lo so per esperienza personale.

È un mondo parallelo, dicevo; piccoli Davide che vivono più o meno serenamente senza bisogno di lottare contro Golia.

Arrivati a questo punto, che farò del mio manoscritto?


Dopo anni di self, con tutte le paranoie maturate in termini di cura del mio lavoro, editing, impaginazione, design, strategia di pubblicazione, di prezzo, di posizionamento, di realizzazione e distribuzione di audiolibri… mi sono accorta di essere diventata davvero esigente. Pure troppo.

So di essere diventata un po’ difficile. Non nella scrittura, quello è un criterio soggettivo. E opinabilissimo.
Sfiducia, diffidenza e necessaria autonomia mi hanno resa molto disincantata e oculata. E selettiva.

Se anche avessi trovato un editore l’avrei messo a dura prova. Meglio così per entrambi.


Ci ho provato, ho dato una chance solo a marchi editoriali che mi ispiravano, per la scelta dei titoli, per la cura, per come promuovono, per come comunicano (argomento a cui sono particolarmente sensibile), non a chiunque.

Ecco fatto. Nulla di fatto. Ma almeno, tu sai che ci ho provato, lettrice e lettore esigente. L’ho fatto più per te che per me. Non dispiacerti se l’editore del mio prossimo libro sarò di nuovo io.

Torno aI racconti. Sarò breve, così non disturbo troppo neppure te.


Il mio prossimo titolo non sarà sul fascismo, o su donne nel fascismo, né di memorie personali.
Non andava bene per nessuna casa editrice, deduco. Anche i precedenti, Donne Private e Presente erano “fuori collana”.

Strano però che siano piaciuti a parecchie persone, scusa se lo dico (i numeri sono poco eleganti ma documentabili). Qualcuno mi dovrà spiegare questo mistero.


Il mio prossimo libro non sarà compiacente, ancora meno dei precedenti. Potrebbe farti persino ridere. Comunque, potrai scegliere se leggerlo, ma trovarlo ti sarà facile.

Adesso, comincia il vero lavoro, faticoso e divertente. Arrivare alla pubblicazione, sola e ben accompagnata da professionisti, senza intermediari né compromessi. Per ora il manoscritto è tra le mani dell’editor. Poi passerà al designer.

Le migliori mani (e menti, e cuori!), prima di arrivare nelle tue.


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